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Guerra e pace tra tribù: i conflitti tra Samburu, Turkana e Pokot

Nel contesto di scarsità di risorse naturali nei territori abitati dalle tribù keniote, l’importanza di possedere una mucca è riconosciuta all’unanimità. Una mucca è vita. In una comunità la cui forma principale di sostentamento è l’allevamento, il bestiame è fonte di cibo, orgoglio, prestigio, benessere e status. Gli uomini con grandi mandrie detengono posizioni di comando, mentre i più giovani non possono sposarsi finché non hanno accumulato abbastanza bestiame da offrire in dote alla famiglia della sposa. Eppure, proprio per il loro valore intrinseco, le mucche sono sì fonte di vita, ma anche di morte.

Armi e climate change

Il cambiamento climatico sta modificando le dinamiche di queste comunità ora più che mai. I periodi di siccità si presentano con più frequenza e severità, mettendo in serio pericolo la sopravvivenza del bestiame. Precipitazioni limitate significano meno acqua e quindi pascoli più secchi. Questa scarsità di risorse essenziali è diventata la principale causa dei conflitti. Il bestiame è di fatto una risorsa cruciale per la sopravvivenza delle tribù, ma anche per l’economia keniota. Il settore dell’allevamento rappresenta all’incirca il 90% delle opportunità di lavoro complessive, e più del 95% degli introiti domestici. Come se non bastasse, la maggior parte dei gruppi di allevatori in Kenya risiedono nelle zone di periferia del paese, luoghi spesso preda di siccità ed incendi, oltreché privi di stabile controllo governativo. I residenti sono spesso chiamati a provvedere autonomamente alla propria sicurezza personale, compresa la sorveglianza di mandrie e terreni. Contemporaneamente al climate change, la presenza di povertà diffusa ed un surplus di armi e munizioni giunte dai belligeranti paesi di confine hanno fomentato un clima di violenza che minaccia il cuore della tradizione pastorale autoctona del Kenya nord-occidentale. La situazione sviluppatasi nel distretto di Morijo ne è un esempio.

Un territorio, tre tribù

Il distretto di Morijo è da anni sito di violenti scontri tribali, che hanno causato la perdita di molte vite. In particolare, il villaggio di Morijo presenta una situazione molto delicata, essendo luogo di incontro di 3 differenti tribù che in tempi passati si consideravano vere e proprie nemiche: i Samburu, i Pokot ed i Turkana. Per i più anziani è possibile ancora ricordare il clima di tensione e paura vissuto negli anni ‘80 e ‘90 (caratterizzato da frequenti raid, aggressioni e omicidi) che costringeva le persone a scappare dalle proprie case e rinunciare così alla vita nel villaggio. La situazione conflittuale si trasformò in una vera e propria guerra alla fine degli anni novanta, con scontri cruenti e decine di vittime. A tal riguardo, il lavoro svolto sul campo dal padre missionario Aldo Vettori durante quegli anni drammatici fu cruciale per la risoluzione dei conflitti e della guerra, e per la promozione di un clima di pace ed incontro negli anni successivi al riavvicinamento delle tribù. I Samburu sono una tribù di nomadi-allevatori e rappresentano la popolazione prevalente in questa regione del Kenya chiamata Contea dei Samburu (Samburuland). L’appartenenza locale e l’espressione culturale di riti, pratiche e tradizioni rispecchiano la storia millenaria di questa tribù, che trova nella figura del guerriero Moran una delle massime espressioni di realizzazione e prestigio. I Pokot ed i Turkana sono tribù nomadi ugualmente dedite all’allevamento di bestiame, abitanti le zone di confine aride ed inospitali del Kenya nord-occidentale e perciò considerate molto abili nell’arte della sopravvivenza. Entrambi i gruppi sono immigrati dall’Uganda al Kenya e vivono a contatto diretto con i propri vicini Samburu, e con loro condividono non solo un approccio alla vita (spirituale e di sussistenza) simile, ma anche una condizione di difficoltà e mancanza di risorse che accomuna le popolazioni autoctone. Tuttavia, se la popolazione Samburu può definirsi come più accogliente e favorevole al dialogo tra tribù, i Turkana ed i Pokot hanno un atteggiamento più belligerante, attribuibile alla posizione geografica di insediamento. Entrambi i gruppi sono stanziati in un territorio che confina con alcuni dei più instabili e violenti paesi dell’Africa: Sud Sudan, Etiopia, Uganda e Somalia. Per decenni, questi paesi hanno sofferto genocidi, omicidi di massa e politici, rivolte, colpi di stato e molte altre atrocità.

Instabilità e soprusi (ma nessuno si arrende)

La violenza senza fine e l’assenza di rappresentanti della legge ha trasformato questa regione in una terra di nessuno, in un terreno fertile per razzie ed altre attività illegali. Le tribù Turkana e Pokot sono state entrambe sconvolte da tale anarchia. Un esponente dei Turkana, Mzee Kericho ha riferito nel 2016 al quotidiano Turkana Guardian: “L’unica malattia di cui soffriamo è la sindrome del proiettile. Non c’è tomba in questo villaggio che appartenga a qualcuno morto di tubercolosi, HIV/AIDS o malaria. Sono tutte vittime di razzie e imboscate.”. L’unica protezione che poteva essere offerta agli abitanti era costituita dai riservisti della polizia nazionale, ma sono stati uccisi pure loro. Come risultato di tali atrocità, il villaggio di Ng’irong’otuk, situato alla periferia della città di Kainuk, si è guadagnato l’appellativo di “Villaggio della Morte”. La situazione è decisamente migliorata in seguito ad investimenti infrastrutturali del governo keniota: illuminazione pubblica, asfaltatura delle strade e ripristino dei comandi di polizia locale hanno dato nuova linfa al territorio. Ciononostante, le popolazioni Turkana, costrette a vivere in territori molto aspri ed ancor più isolati rispetto alle già remote aree del distretto di Morijo, sono storicamente coinvolte in sanguinose aggressioni, furti di bestiame e guerre che hanno segnato il territorio. La condivisione di spazi e risorse ha da sempre rappresentato un grande problema per le tribù presenti nel distretto, e purtroppo tale fattore si dimostra tuttora fonte di sofferenza e conflitti. Difatti, se da un lato la cooperazione delle 3 tribù è cominciata grazie al lavoro svolto da Padre Aldo Vettori durante i molti anni di attività sul territorio, i risultati di tale processo sono lontani dall’essere soddisfacenti per le comunità coinvolte. La tensione che si respira, soprattutto rispetto alle incursioni dei Turkana nei territori Samburu e Pokot, è costante ed alimentata dal ripresentarsi di tali situazioni d’emergenza. Recentemente – nei mesi di settembre e ottobre 2021 – anche i rapporti tra Samburu e Pokot si sono inaspriti a causa della difficile situazione ambientale presente (forte siccità) e la pericolosità del distretto, il numero di aggressioni e furti di bestiame sono aumentati.

Una luce splendente per il futuro di Morijo

Quasi tutta la popolazione adulta del distretto oggi conosce il dolore causato dei conflitti: chi ha perso un fratello, chi un padre, chi un caro amico, o ancora le tante madri che non vedono tornare i propri figli a casa sanno bene quale sia il peso della pace, e della guerra. In molti, se non tutti nel distretto di Morijo, sostengono che la pace tra le tribù è la chiave per lo sviluppo e la sicurezza della comunità. Senza pace non si potrebbe parlare di servizi primari come la scuola, i dispensari medici ed il mercato, oggi presenti e considerati dalla popolazione locale come imprescindibili per il benessere della comunità. Difatti, parlare di pace a Morijo significa parlare di educazione, salute, libertà di muoversi e condividere risorse. È importante riportare che c’è una convinzione diffusa tra i membri della comunità, riportata dalle parole di Padre Stephen: “C’è una grande verità condivisa tra noi: senza pace non c’è scuola, non c’è sanità, non c’è niente”. Il valore della pace per gli abitanti ha acquisito una forza enorme ed un ruolo centrale nella comunità, ed è anche per questo che non ci sono stati grandi conflitti armati da più di sette anni. La pace continua ad essere coltivata nei luoghi di ritrovo della comunità: al mercato, al dispensario medico, nella scuola e in parrocchia. Questi luoghi vivono grazie alla pace, ma allo stesso tempo la promuovono permettendo l’incontro di persone diverse e la condivisione di parole, idee e progetti.

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