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Il “volonturismo” contribuisce davvero allo sviluppo dei paesi emergenti?

Buone intenzioni

Ogni anno, milioni di persone armate di buone intenzioni viaggiano dai paesi più ricchi verso quelli più poveri. Alcune tra queste, alla loro prima esperienza in nuovi continenti, desiderano trascorrere una pausa scolastica o parte della loro estate facendo del bene. Forse per reale senso altruistico, forse per rendere interessante il loro CV, sempre con reale desiderio di esplorare paesi remoti e pieni di fascino per i viaggiatori occidentali. Tutti alla ricerca di crescita personale, di contatto con realtà difficili viste finora solo nei documentari e soddisfazione per aver voluto impiegare il proprio tempo per fare la differenza.

Per soddisfare questa domanda sempre più in crescita, è nata una moltitudine di tour operator che si occupano di organizzare viaggi di volontariato a pagamento in moltissimi paesi sottosviluppati o in via di sviluppo. Tali entità, spesso aventi sede negli stessi paesi ospitanti, hanno contribuito a far esplodere la tendenza del volonturismo.

Cos’è il volonturismo?

Il termine volonturismo è la traduzione italiana del neologismo inglese “voluntourism”, nato dall’unione delle parole “volunteering” e “tourism”. Il volonturismo è un’attività che consiste nel mettere a disposizione gratuitamente il proprio tempo e le proprie energie, con lo scopo di contribuire ad una causa civile, sociale o ambientale nel mondo, in quanto esperienza centrale del proprio pacchetto vacanze. Fare volontariato mentre si è in vacanza, in sintesi. Tale pratica però ha molto più a che fare con il mondo del turismo che con il mondo del volontariato. Diciamo che il volonturismo rassomiglia per certi versi all’ecoturismo. L’ecoturismo può essere definito come un modo di viaggiare responsabile, in cui i visitatori soggiornano in un paese straniero rispettandone l’ambiente naturale, contribuendo alla crescita economica ed al benessere della popolazione locale. Quindi, il volonturismo è simile all’ecoturismo per il desiderio di contribuire al benessere dei paesi visitati, ma è anche diverso in quanto il volonturismo non è necessariamente rivolto in attività che contribuiscono al benessere dell’ambiente. Inoltre, l’ecoturismo non implica alcuna esperienza di volontariato.

Una vacanza non tradizionale

Come abbiamo detto, le esperienze di volonturismo sono considerate vacanze a tutti gli effetti, e quindi si pagano. Non vanno perciò confuse con quelle situazioni in cui giovani backpackers offrono il loro lavoro in cambio di vitto e alloggio. Il volonturista non si limita a svolgere i compiti (talvolta molto faticosi) da volontario, bensì ha l’opportunità di scoprire nuovi posti, sperimentare culture esotiche ed imparare di più sulle persone con cui viene a contatto. Il tempo trascorso, a differenza di una tradizionale (e per alcuni noiosa) vacanza di relax, è eccitante e stimolante perché consente di immergersi nel mondo di persone che vivono situazioni difficili e che si intende aiutare. Una vacanza tradizionale ha sempre un ché di artificiale che non permette di entrare realmente in contatto con gli abitanti locali in quanto esseri umani. Un turista tradizionale è spesso incapace di decontestualizzare i locali dal loro ruolo economico. Pensiamo ad esempio a quando dei turisti in una spiaggia tropicale acquistano braccialetti fatti a mano da qualche simpatica indigena, ad un prezzo per loro irrisorio: gli passerà per la mente che la donna deve percorrere quotidianamente chilometri di spiaggia sotto il sole, e che con quei braccialetti deve sfamare la sua famiglia? Si chiederanno se forse è il caso di pagare qualcosa in più? Difficilmente, poiché rientra tutto nel folklore del luogo. 

Le buone intenzioni non bastano

Si potrebbe a questo punto pensare che il volonturismo sia una delle migliori esperienze sostenibili che potremmo scegliere di fare. Purtroppo non è così, o almeno non sempre.

L’entusiasmo provocato dalla consapevolezza di essere in vacanza, unita al desiderio di voler migliorare le condizioni dei bisognosi potrebbe portare il volonturista a degli errori di valutazione o ad avere aspettative non compatibili con la realtà dei fatti. Innanzitutto, andare in un paese povero e dare soldi e regali a sconosciuti, anche se lo si fa con buone intenzioni e dal profondo del cuore, potrebbe non essere per niente utile. Anzi, potrebbe ampliare il divario socioeconomico percepito dai locali, complicando la possibilità che collaborino o che accettino gli aiuti da realtà organizzate che sono rivolti al benessere della comunità piuttosto che al singolo individuo in difficoltà. In secondo luogo, fare promesse (siano esse ideali, come di un futuro migliore, o materiali, come di un regalo) che non si possono mantenere (o promettere solo ad alcuni, in una forma implicita di discriminazione) mina gravemente la fiducia che queste persone ripongono nei volontari e nelle organizzazioni che li supportano con progetti seri e strutturati in obiettivi a medio e lungo termine. Ciò vale soprattutto quando si ha a che fare con persone vulnerabili come i bambini, come vedremo più avanti,

Più danni che altro

Un’esperienza di volonturismo potrebbe quindi essere addirittura deleteria per chi invece ci prefiggiamo di aiutare, soprattutto se il tour operator non ha sufficiente esperienza oppure partecipa al business con il solo scopo di attrarre quanti più clienti possibili, piuttosto che concentrarsi sull’impatto che possono avere sulle comunità che visiteranno. Il breve documentario “The Voluntourist”, girato dalla filmmaker indipendente Chloé Sanguinetti nel 2012, analizza questo fenomeno e pone alcuni interrogativi: cosa spinge un giovane a partire per questo tipo di viaggio? Quale impatto hanno questi viaggi sulle comunità locali e sui progetti di cooperazione allo sviluppo? Attraverso le interviste ad alcuni volonturisti in Asia, scopriamo che giovani ragazzi, solitamente bianchi e di buona famiglia, elargiscono ai tour operator fior di quattrini per delle brevi esperienze di volontariato che, a sentire gli stessi volontari, non producono alcun miglioramento delle condizioni dei locali coinvolti ed a volte hanno persino effetti negativi sullo sviluppo locale. In queste occasioni si innestano alcune meccaniche prevedibili (e volutamente ignorate) dai tour operator, ma non dal volontario inesperto, il quale si ritrova complice suo malgrado. I villaggi locali, nel desiderio di mostrarsi all’altezza (e di fare qualche soldo in più), spesso prosciugano le loro risorse per assicurare cibo e comodità agli ospiti, mentre i volontari che teoricamente dovrebbero dare sollievo ai problemi degli abitanti della comunità di fatto sono nient’altro che altre bocche da sfamare. Questi ragazzi spesso non hanno alcuna competenza relativa ai lavori che sono chiamati a svolgere, né ricevono alcun tipo di formazione. Di conseguenza la loro opera può risultare di scarsa qualità, tanto da costringere i locali a rifarla da capo e possibilmente di nascosto (per non deludere gli stessi volontari), creando un costo per la comunità. Un altro fattore è il tempo che i volonturisti e le volonturiste mettono a disposizione. Trattandosi per lo più di periodi brevi (1-2 settimane), oltre a non essere spesso sufficiente per conseguire un qualsiasi risultato utile, costringe a degli interventi in “toccata e fuga” che possono lasciare dei segni indesiderabili nelle persone con cui si viene in contatto. Per esempio, quando le visite dei volonturisti hanno a che fare con progetti che coinvolgono i bambini, spesso i piccoli stabiliscono un legame emotivo con i visitatori e subiscono un trauma importante nel momento del loro addio, soprattutto se si tratta di bambini orfani e quindi precedentemente abbandonati. Esiste a questo riguardo un fenomeno chiamato orphanage tourism, diffusissimo nel sud-est asiatico: gli orfanotrofi mantengono cattive le condizioni di vita dei bambini ospitati per ricevere donazioni o fondi garantiti (inconsapevolmente) dai volonturisti desiderosi di improvvisarsi insegnanti di inglese. 

Quando poi un volonturista svolge un lavoro, dev’essere consapevole che potrebbe togliere un’opportunità ad un lavoratore locale, danneggiando il tessuto economico del villaggio. In ultima, alcune organizzazioni potrebbero essere poco propense a supervisionare i volontari, nonostante l’interazione con persone vulnerabili sia una questione delicata che richiede la presenza di personale qualificato per essere efficace.

Alla radice del problema

Qual’è allora il problema alla base di questo modello esperienziale, che non sussiste quando ci si affida ad organizzazioni di volontariato no-profit? La risposta sta proprio nella non gratuità dell’esperienza. Il fatto che delle agenzie di viaggio ricevano un compenso per organizzare esperienze di volontariato fa sì che esse non abbiano alcun interesse a perseguire reali programmi di sviluppo nelle comunità dove operano. Anzi, è vero il contrario, un po’ come quella vecchia barzelletta sui medici: “il vero segreto per essere un medico di successo è non curare mai del tutto il malato, altrimenti perdi un cliente.” Triste ma vero. 

Pippa Biddle*, in un suo articolo ripreso anche dal Guardian, racconta: “Quando ero alle superiori sono andata in Tanzania per un viaggio scolastico. C’erano 14 ragazze bianche ed una di colore – che per sua frustrazione è stata definita “muzungu”, ossia ragazza bianca, da più o meno chiunque incontrassimo in Tanzania – insieme ad alcuni insegnanti/accompagnatori. Per $3000 dollari ci eravamo aggiudicate una settimana in un orfanotrofio, il progetto di costruzione di una biblioteca e qualche partita di calcio con i bambini del luogo, il tutto seguito da un safari di una settimana. La nostra “missione”, mentre eravamo nell’orfanotrofio, era quella di costruirne la biblioteca. In quell’occasione venne appurato che noi, una manica di studentesse fighette iscritte ad una scuola privata, eravamo decisamente pessime in qualsiasi mansione edile. Ogni notte gli uomini dovevano abbattere e poi ricostruire i muri con quei mattoni che in maniera strutturalmente inefficace ma con tanto impegno, avevamo posato, cosicché al nostro risveglio fossimo inconsapevoli del nostro fallimento. Era come se fosse un rituale giornaliero. Noi mescolando il cemento e posando mattoni per più di 6 ore, loro disfando tutto dopo il tramonto per poi rifarlo da capo come niente fosse, affinché questo circolo vizioso potesse proseguire. 

In poche parole, il fallimento era insito nella nostra stessa presenza in quel luogo. Sarebbe stato più conveniente, stimolante per l’economia locale ed efficace per l’orfanotrofio, utilizzare i nostri soldi per assumere dei locali affinché facessero il nostro lavoro. Di fatto, eravamo lì a cercare di erigere muri dritti senza neppure avere una livella. Quando ce ne andammo, la biblioteca non era finita neanche per metà”.

*Pippa Biddle è una scrittrice. I suoi articoli sono stati pubblicati da testate giornalistiche di livello internazionale quali New York Times, The Huffington Post, MTV. In un articolo del 2014 divenuto virale, Pippa rivelò le ingiustizie e le assurdità legate al mondo del volonturismo, divenendone una delle voci più critiche a livello internazionale. Negli anni seguenti si è dedicata a comprendere le origini, le intenzioni e l’impatto di questo business multimilionario, ed ha raccontato la sua esperienza nel libro “Ours to Explore – Privilege, Power and the Paradox of Voluntourism”, edito nel 2021.

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