Adozioni internazionali articolo ai tempi del Coronavirus

Le adozioni internazionali al tempo del Coronavirus

I numeri delle adozioni nel mondo

Per via del lockdown, nei primi mesi del 2020 si contano solo 200 adozioni concluse, contro le 400 nello stesso periodo dell’anno precedente. 

Il mondo delle adozioni internazionali sta vivendo oggi un periodo di crisi senza precedenti. Già nell’anno 2019 in Italia si è infranto il record negativo, con il primo anno che ha segnato meno di mille adozioni dall’estero: per la precisione 969, un totale di 1205 minori che hanno potuto ottenere dei genitori italiani. Un calo del 14% rispetto al 2018.
Dalle analisi della CIAI (Commissione Italiana per le Adozioni Internazionali) nel primo semestre del 2020 il rallentamento è aumentato ulteriormente, chiaramente favorito dalle conseguenze della diffusione di Covid-19, facendo registrare soltanto 200 adozioni, contro le 400 nello stesso periodo dell’anno precedente. 

Adozione internazionale nei 24 paesi di accoglienza 2004-2018

Le cause di questa preoccupante flessione, già in atto da diversi anni, non sono individuabili soltanto nella crisi attuale. Le testimonianze dei genitori coinvolti nell’adozione nel nostro paese evidenziano una grande difficoltà nelle famiglie adottive a mantenere la fiducia e la motivazione durante il lungo iter di affidamento.
Costi troppo alti, distanza istituzionale, frequenti scandali e un tempo di attesa medio fra la domanda di adozione e l’autorizzazione all’ingresso del minore che si assesta sui 45 mesi (quasi 4 anni), sono questi i fattori cruciali che non aiutano a superare questo clima di sfiducia. Nonostante per alcune zone, come il Burundi, l’iter riesca a svolgersi anche in meno di 3 anni, con altri paesi particolarmente bisognosi come Haiti il percorso finisce con il superare i 73 mesi (oltre i 6 anni).
In Italia si è quindi diffusa, come riportato dalla testimonianza per il magazine Vita di un padre adottivo, una notevole sfiducia nei confronti del sistema delle adozioni, tanto che chi ha già adottato spesso non avrebbe il coraggio di ripetere un percorso tanto difficile, mentre chi vorrebbe iniziare è sempre più propenso a dirigersi verso altre soluzioni come la procreazione assistita.

L’Italia delle adozioni internazionali

Nonostante questi segnali allarmanti, in Italia sono presenti sul territorio circa 5 milioni di coppie sposate senza figli, che in un momento storico come quello attuale, che vede crescere di anno in anno il numero dei rifugiati internazionali e delle crisi socio-economiche nei paesi sottosviluppati, potrebbero rivelarsi una risorsa cruciale per molti bambini.
La lotta al calo demografico contribuisce anche al miglioramento delle future condizioni economiche del nostro territorio: va ricordato che l’Italia ha il tasso di natalità più basso in tutta l’UE, con 7,6 bambini nati ogni 1000 abitanti, un dato che senza considerare la crescente immigrazione dai paesi africani e medio orientali sarebbe ancora più basso.
Il nostro paese rappresenta inoltre una società con una grande cultura di adozioni, considerando come nelle sue ridotte dimensioni l’Italia contribuisca con un terzo di tutte le adozioni internazionali effettuate negli Stati Uniti, e adotti il doppio rispetto ad altri paesi di pari popolazione come Francia e Regno Unito.
E’ insomma proprio in Italia che la tanto attesa capacità di snellire e semplificare un percorso che troppo spesso obbliga a cimentarsi in varie “peripezie burocratiche” potrebbe dare i suoi frutti migliori, permettendo a tanti minori in contesti di disagio di trovare una famiglia ed assicurarsi un futuro lontano dalla criminalità e dalla povertà assoluta, effetto che al contempo darà sostegno alla natalità (e quindi all’economia) del nostro paese.

L’impegno del ministro e delle associazioni

Grazie all’impegno del ministro per la famiglia e le pari opportunità Elena Bonetti appare concretizzabile la possibilità di stanziare un fondo di 6 milioni di euro per dare respiro alla comunità delle adozioni internazionali dopo il lockdown (ridando impulso ad esempio agli importanti rimborsi spese per i viaggi) anche se questa cifra, come ben evidenzia Marco Griffini, presidente di Ai. Bi. (Amici dei Bambini), non sarà di certo sufficiente a dare un futuro concreto al settore tanto quanto non lo sarà per ridare fiducia alle coppie che pensano ad un’adozione.
Su questo stesso fronte di attenzione e miglioramento si riconosce la creazione nel 2019 di “Adozione 3.0” un collettivo che rappresenta una svolta di importanza storica: è infatti la prima volta che Italia, come nel mondo, si hanno tutti gli enti che si occupano di adozione internazionale in uno stato seduti ad uno stesso tavolo, con una segreteria operativa composta da cinque fra i massimi esperti in tema di adozioni. La creazione di una cabina di regia “Adozione 3.0” all’interno dell’odierna assemblea degli stati generali servirà proprio a dare voce e rappresentanza al mondo delle adozioni internazionali nel dibattito sulle riaperture e sulla gestione dei cambiamenti che la pandemia ha inevitabilmente portato con sé. Gli effetti della diffusione di Covid-19 si sono fatti sentire sia nell’apparato organizzativo delle associazioni che su quello pratico. La CIAI sta proponendo alle coppie e alle famiglie dei colloqui via Skype con gli psicologi e sta iniziando a registrare i seminari formativi sul tema delle adozioni, essenziali alle coppie in entrata, così da renderli fruibili in remoto.
E’ anche vero che un tema così complicato e, come è stato sottolineato, pieno di ostacoli, non è facile da digerire senza la presenza fisica degli esperti nel settore, che possono invece rispondere ai dubbi ed alle incertezze dei partecipanti in maniera più umana.  


Storia di un’adozione durante il lockdown

E’ arrivata alla redazione di Vita la storia di una coppia romana, partita per l’Ungheria per andare a conoscere e a prelevare il loro figlio adottivo, insieme al suo nuovo fratellino italiano. Tentata la partenza con l’ultimo volo disponibile dall’Italia prima dell’imminente confinamento, hanno passato oltre un mese al chiuso con i bambini per poi tentare il ritorno ad aprile con un’auto affittata, attraversando La Slovenia ed un’Europa chiusa, percorsa solo dai camion.
Al di là delle difficoltà nell’affrontare il lockdown ed un viaggio di due giorni in auto, infinito e spaventoso per un bambino di pochi anni che non ha mai lasciato i suoi luoghi di riferimento, la coppia ha sottolineato l’importanza cruciale che ha avuto la comunità dei vicini nell’accoglienza della nuova famiglia.
Trovare all’arrivo un fiocco di benvenuto e la spesa di due settimane già fatta ha dato un segnale magnifico anche al bambino, che arrivato in questo luogo sconosciuto ha potuto facilmente riconoscerlo come casa, dato che (come gli è stato dimostrato) casa è anche dove ci sono delle persone che ti vogliono bene e sono pronte ad aiutarti. Questa bella storia pone l’accento sulla cruciale importanza che il gruppo di adulti legato ad una famiglia, cioè vicini, parenti e amici, può avere nel compensare le difficoltà affrontate dalle coppie adottive e nel dare un senso più umano ad un’esperienza che, a discapito della propensione all’accoglienza di cui sono ricche molte famiglie, spesso sembra soltanto un’estenuante odissea burocratica.
Importante quindi si rivela, oggi più di ieri, ricominciare a parlare dell’argomento delle adozioni internazionali, lavorare con intelligenza e sensibilità proprio in questo momento complicato per snellire e semplificare il percorso e poi rilanciare questo mondo in crisi, che conta a di là delle difficoltà il pregio di generare il bene più dolce e importante nell’infanzia, quello dell’avere una famiglia, migliorando il mondo in cui viviamo sotto infiniti ed imprevedibili aspetti.

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