Articolo volontariato per la pace in africa Plannin'Around

Le missioni italiane in Africa e il volontariato per la pace

Come un bambino vorrei ricominciare: la pace deve trasformarsi rapidamente in progresso economico e sociale.

Padre Aldo Vettori

Il volontariato in Africa è un’esperienza e una vocazione molto diffusa in Italia. Si suppone che questo sia dovuto alla vicinanza geografica come agli indiscutibili legami culturali con il continente africano, che negli ultimi anni ha visto incrementare enormemente l’emigrazione verso l’Europa. Inoltre, secondo recenti ricerche, il 43% dei paesi che nel mondo si trovano sotto la soglia di povertà sono situati nell’Africa sub-sahariana, e questo ha portato nel corso degli anni alla nascita di una complessa rete di Ong che operano per migliorare le condizioni di vita in questi paesi, dalle più famose come Unicef e Save the Children fino alle realtà più piccole. 

Il lavoro del volontariato in Africa

Il mondo della cooperazione internazionale agisce nel continente africano andando incontro alle molteplici necessità di miglioramento dei contesti locali. L’educazione, la sanità, la sicurezza alimentare, l’inclusione delle donne e la costruzione di infrastrutture, come ad esempio pozzi e impianti fotovoltaici, sono solo alcuni esempi. La maggior parte dei governi africani dipende ancora molto da questo tipo di aiuti esterni per poter offrire alle popolazioni dei servizi, se non sufficienti, almeno basilari per i suoi abitanti.

Un volontario in Africa ha quindi la possibilità di offrire il proprio impegno e le proprie competenze in contesti molto differenti fra loro: scuole, ospedali e dispensari medici, progetti di rimboschimento, formazione ecologica ed economica per le comunità locali, progetti di microeconomia, tutte realtà che necessitano del lavoro dei professionisti del settore tanto quanto quello dei volontari alle prime armi.

Parlando brevemente di educazione, l’Unesco ha recentemente riscontrato in Africa un livello di alfabetizzazione ancora molto basso, che in alcuni paesi non arriva nemmeno al 50% (più della metà della popolazione è analfabeta). Alcune associazioni lavorano per migliorare queste statistiche costruendo, oltre alle scuole, delle case famiglia per orfani e giovani donne provenienti da situazioni di grave disagio e violenza, offrendo loro un riparo e l’occasione di ricevere un’istruzione.

Riguardo invece l’esperienza della partenza nel concreto, va ben inteso che un volontariato in Africa non ha nulla a che vedere con una vacanza. Il continente africano è afflitto ancora oggi da guerre e conflitti armati, e si tratta di una terra così culturalmente sfaccettata che non è solo consigliabile, ma necessario, effettuare una adeguata formazione prima della partenza, così da creare un volontario consapevole ed informato sul tipo di contesto nel quale andrà a portare il proprio aiuto. Sono necessarie altresì delle figure di riferimento chiare ed affidabili che fungano da supporto e da guida in-loco, e la conoscenza di almeno una lingua parlata da queste figure di riferimento, in modo da poter comunicare in maniera efficace ed evitare incomprensioni.

Il recente caso del rapimento di Silvia Romano, tornato sulle prime pagine dopo il fortunato ritorno della volontaria, obbligano a non dimenticare che per prevenire questo tipo di vicende si debba costantemente lavorare per cercare di ridurre quanto più possibile i rischi a cui uno straniero può andare incontro in un paese estero afflitto da pesanti difficoltà socioeconomiche, anche se in veste di volontario. Anche il lavoro congiunto con la Farnesina, che è consigliabile informare dei propri spostamenti, si unisce a quello che deve essere il buon senso del volontario. Fare esperienze di viaggio in contesti diversi contribuisce alla creazione di quello che questo buon senso rappresenta: annusare rapidamente situazioni di pericolo, avere “l’occhio clinico” e soprattutto preparato ai possibili scenari di rischio che un paese ospitante presenta. Queste sono tutte abilità che bisogna inevitabilmente apprendere. 

Ecco perché durante le prime esperienze in contesti rischiosi è bene essere coscienti di non possedere ancora queste abilità, affidandosi totalmente alle figure guida e ad associazioni non improvvisate, ed evitando di eccedere nella sicurezza di sé. 

La comunità di Morijo e Padre Aldo

Un esempio sicuramente virtuoso di missione ed intervento umanitario in Africa è quello portato avanti da Padre Aldo Vettori nella comunità di Morijo, un villaggio a 2000 metri di altitudine sugli altipiani del Kenya. Quest’uomo trevisano, scomparso nel 2008, ha incarnato per decenni quella che è la figura più pura del missionario: con la sua serenità, energia e voglia di miglioramento, padre Aldo è stato una figura di riferimento molto amata dalle persone che sono state coinvolte, direttamente o indirettamente, nei suoi progetti.

La missione coinvolge un territorio molto vasto (intorno ai 1600 Km²) , nel quale vivono circa 25000 abitanti appartenenti alle tribù dei Samburu e dei Turkana, tenacemente legati alle loro tradizioni secolari che vengono tramandate di generazione in generazione e spesso coinvolti in un conflitto armato che rispecchia secoli di storia tribale. In Kenya si è assistito per anni ad un fenomeno di vero e proprio pellegrinaggio verso Morijo e i luoghi di padre Aldo, tanto si era sparsa la voce fra i locali di questa figura straordinaria.

La missione continua ancora oggi sotto la guida di un prete locale, Padre Peter, e ha contribuito in maniera decisiva alla creazione di una rete di scuole a Morijo e in molti altri villaggi più piccoli, oltre alla costruzione di un centro sanitario (il “dispensario”, che si occupa di assistenza e di prevenzione ad esempio tramite la somministrazione di vaccini), una falegnameria (oggi autogestita e utilizzata dalla comunità per le costruzioni), un pozzo per l’acqua potabile, un’officina meccanica e un laboratorio tessile. Sono però innumerevoli i progetti attivi e potenzialmente sviluppabili che possono portare beneficio agli abitanti di questa zona, già pensati da Padre Aldo prima della sua scomparsa, ed oggi assimilato ai progetti del programma “Amici di padre Aldo” della fondazione Eurogems di Treviso.

Un progetto per la pace

Ciò che ha animato il percorso di questa e di altre mirevoli missioni per favorire la crescita di un continente così ricco, ma purtroppo così dilaniato come il continente africano, è stata sicuramente la vocazione alla pace. 

Tramite l’istruzione dei ragazzi e la creazione di innovative occasioni di incontro e pacifica convivenza fra i membri dei vari gruppi etnici, così geograficamente vicini ma allo stesso tempo così diversi per cultura, costumi e religione, l’opera di queste missioni è riuscita ad ottenere risultati impensabili anche per il governo kenyota, che per molti anni ha tentato in modo fallimentare la via della pace fra le antiche tribù.

Spingere verso un dialogo fra i capi anziani, creare la possibilità di far giocare fra loro i più piccoli e incentivare gli scambi di beni fra gli adulti, con un gran sorriso e tanta voglia di fare, hanno davvero portato ad un cambiamento, ad un impatto sulla società. 

Quella che potremmo definire la filosofia della missione è sicuramente il voler permettere la nascita di una nuova generazione votata alla pace, dando alla popolazione la possibilità di istruirsi e di avere più coscienza ed efficacia nei confronti della propria storia. Questa possibilità di liberarsi delle catene dittatoriali e degli investitori stranieri senza scrupoli passa anche attraverso quei progetti di miglioramento precedentemente elencati che, dopo un iniziale sostegno con le raccolte fondi effettuate in Europa, possono autofinanziarsi ed integrarsi nella comunità generando lavoro e migliorando la qualità della vita.

La costruzione della pace in Kenya è stata lo scopo della vita di padre Aldo, e il perseguimento di questo obiettivo continuerà anche nei prossimi anni richiedendo il lavoro di molti altri volontari motivati e desiderosi di contribuire ad un progetto che ha davvero dell’incredibile.

L’esempio di questo personaggio è stato e continua ad essere una fonte d’ispirazione per molti missionari nel mondo e dimostra facilmente come l’istruzione e la lotta alla dispersione scolastica contribuiscano alla pace in questi territori, e come il fundraising effettuato nei paesi più ricchi sia soltanto uno sforzo d’avvio per la costruzione di quelle attività che poi andranno ad integrarsi (se accuratamente pensate) nell’economia locale, generando un guadagno stabile per molte generazioni che non richiederà più flussi di denaro solidale provenienti dall’estero. 

In conclusione…

Il volontariato in Africa, proprio anche se non totalmente privo di rischi, rappresenta un’esperienza di vita nel mondo così forte e profonda da cambiare la vita a molte persone. Per un occidentale in particolare, abituato ad una società ipercomplessa e ricca di servizi e tecnologie, il primo approdo in un contesto africano assomiglia molto allo sbarco su un altro pianeta, immensamente più vicino a quella che era la vita sulla Terra in antichità. Rappresenta un’occasione unica di sperimentare l’amore e la solidarietà, mettendosi al servizio di altri esseri umani in un contesto in cui un occidentale può aiutare moltissimo, semplicemente con le sue differenti conoscenze di vita. Allo stesso modo, è incalcolabile per un abitante della società digitale il beneficio di poter vivere un’esperienza in luoghi così magici, impregnati di immortalità e straripanti nella bellezza della natura e di un’umanità così semplice e sincera, illuminati dall’immenso sole equatoriale e da un cielo così stellato, di notte, da essere difficilmente descrivibile. 

Si può solo auspicare che la rete del miglioramento diventi sempre più fitta e ordinata, e che la battaglia per un mondo migliore, fardello del nostro tempo da portare con serenità e orgoglio, riesca sempre ad avere dalla sua parte quelle figure ispiratrici in grado di cambiare davvero le cose.

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