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STORIE DI VOLONTARIATO – Fare scrittura autobiografica nelle classi nepalesi

Writin’Around Memories in Nepal 

Uno dei punti forti di Plannin’around è quello di dare la possibilità ad aspiranti volontari e volontarie di realizzare un progetto in totale autonomia, partendo dalla destinazione fino all’attuazione concreta di un’idea. 

Questo modello non è nato da una semplice supposizione, ma dall’esperienza diretta di due volontari che nel 2019 hanno portato un progetto di scrittura creativa tra le montagne del Nepal. L’esperienza è stata un successo, e si è posta come base per permettere la creazione di altri progetti. 

La narrazione di questa esperienza è dunque il primo tema affrontato dalla nostra rubrica Around Volunteers – Storie di volontariato. Lo scopo è quello di tracciare un filo conduttore che ripercorre dalla nascita allo sviluppo sul campo le iniziative gestite dai volontari e dalle volontarie Plannin’around tramite la loro stessa voce. 

In questa occasione la voce è quella di Francesco, fondatore di Plannin’around, che ci ha raccontato direttamente alcuni punti della sua avventura in Nepal. 

Come è nata l’idea di Writin’Around Memories?

“Writin’around è nato come un progetto educativo che si è svolto nel 2019 nella Splendid Valley School di Palubari, immersa nella valle di Kathmandu in Nepal. Si tratta di un villaggio a una ventina di km dalla capitale. La scuola è una cosiddetta “Scuola di comunità”, ovvero un’istituzione finanziata dagli abitanti del villaggio che si occupa della preparazione di studenti dalla primary school fino al college. Si tratta di un luogo di grande importanza per la comunità locale. Fra i confini dell’istituto vengono infatti fatte anche donazioni di sangue, corsi di formazione per adulti, laboratori per evitare lo spreco dell’acqua, visite oculistiche e dentistiche.

L’idea è nata a seguito di un corso di formazione sulla scrittura diaristica e  autobiografica al quale avevo partecipato insieme a Duccio Demetrio della Libera Università dell’Autobiografia. Ho pensato quindi di proporre delle attività di scrittura per ragazzi e ragazze delle scuole in Nepal e ho proposto l’idea a Giovanni, il volontario che si sarebbe imbarcato con me in questa avventura. Giovanni ha risposto immediatamente con un lungo messaggio su whatsapp (ndr ride) non lo dimenticherò mai. Era entusiasta della proposta e questo è stato il momento in cui l’iniziativa ha iniziato a prendere forma. Questo credo sia un punto importante: il giusto compagno di viaggio con tanta voglia di fare toglie metà del lavoro e raddoppia la voglia di iniziare.”

Quali sono state le prime mosse per la nascita del progetto?

“Appena arrivati sul posto abbiamo parlato con il preside e i vari insegnanti. Tutti si sono detti disponibili e hanno accettato di affiancarci durante l’intera durata del progetto. Sette professori e professoresse si sono alternati durante le sette lezioni. Anche se molti di loro in alcune occasioni si sono mostrati più timidi degli studenti e delle studentesse, ci hanno sempre mostrato il loro entusiasmo. Inoltre, nel progetto stesso era previsto un corso di formazione per permettere ai docenti di riproporre successivamente il laboratorio alle loro future classi. Una volta accertato l’impegno del corpo docenti abbiamo iniziato a reperire il materiale e a organizzare per filo e per segno ogni lezione. Essendo infatti la prima volta in aula nepalese per tutti e due volevamo che il percorso laboratoriale fosse perfettamente organizzato. Infine, è stato tutto più naturale e spontaneo di quanto avevamo creduto al principio.”

“Ci sono state delle difficoltà nel reperire il materiale?”

“Comprare anche i più banali oggetti di cartoleria può diventare veramente complicato in una valle sperduta del Nepal. Per trovare un cartellone abbiamo dovuto allontanarci di parecchi chilometri e il materiale bibliografico l’abbiamo cercato e stampato prima di partire. Internet? Meglio non farci affidamento in Nepal, perché i black out sono abbastanza frequenti. La tecnologia della “carta e penna” è stata sufficiente. Questo è uno spunto per i prossimi volontari e volontarie, accertarsi sempre di avere a disposizione il materiale per ogni evenienza.” 

around us

Come hanno reagito al progetto gli studenti e le studentesse?

“Gli studenti e le studentesse avevano tutti dai 14 ai 17 anni e hanno risposto bene alla nostra iniziativa. La timidezza è stata molto meno incisiva di quanto si pensava. Noi abbiamo voluto organizzare delle lezioni che potessero essere il più possibile coinvolgenti per permettere loro di lasciarsi andare e sentirsi sempre a loro agio. Durante il primo incontro abbiamo fatto un gioco dell’oca dei ricordi in cui i ragazzi e le ragazze dovevano muoversi come delle pedine su un cartellone. Ogni casella conteneva delle parole che dovevano funzionare da stimolo e in gruppo dovevano disegnare, raccontare e scrivere un ricordo indotto dalla parola. Considerando che nessuno di loro aveva idea di che cosa fosse “il gioco dell’oca” alla fine il risultato è stato ottimo e tutti si sono divertiti. Un’altra volta abbiamo lavorato su come i ricordi rappresentano il nostro Io. I ragazzi e le ragazze dovevano fare un autoritratto e scrivere tutti i ricordi del loro passato per creare un autoritratto frammentato e formato dalla combinazione di questi ricordi. Alla fine, quello che si andava a formare era un “album dei ricordi” che mostrava la loro immagine in base alle esperienze che avevano vissuto.”

A proposito di questo, come è stato rapportarsi alle barriere culturali e linguistiche?

“Le barriere culturali si sono alzate in circostanze in cui abbiamo dovuto spiegare ai ragazzi e alle ragazze giochi che non conoscevano. Introdurre il gioco dell’oca a qualcuno che non solo non ci ha mai giocato, ma che ha sempre avuto a che fare con giochi strutturati in maniera completamente diversa non è così facile, ma è stato interessante portare un elemento di “novità” che invece tutte le generazioni di italiani conoscono così bene. Infatti, nella formazione dei volontari e delle volontarie che vorranno rifare progetti simili proponiamo anche la sfida di spiegare un gioco di cui nessuno ha idea delle regole.  In merito alle barriere linguistiche non abbiamo avuto particolari difficoltà: ci siamo mossi parlando sempre in inglese. Chiaramente la conoscenza di una lingua veicolare è un requisito essenziale quando si parte per un progetto di volontariato internazionale.”

Raccontaci delle vostre giornate e del tempo libero.

“La sveglia per noi era la mattina presto, circa alle sei. A colazione mangiavamo il piatto nazionale del Nepal, composto dal Bhat, una zuppa di lenticchie, e dal Dal (riso), con delle spezie e verdure chiamate takari. Alla volte avevamo anche una specie di piadina chiamata chapati, che viene mangiata insieme al curry e al Dal. La lezione iniziava alle dieci e noi andavamo a scuola a piedi. A pranzo stavamo a scuola con insegnanti e collaboratori scolastici, solitamente mangiavamo riso battuto. La sera invece ripassavamo le lezioni. Non c’era particolare vita notturna nei dintorni (eccetto quella degli animali nella giungla) quindi abbiamo sempre dovuto inventarci qualcosa da fare. Per esempio, c’era un tempio buddista in cui andavamo a svagarci la sera.”

Ti sei mai trovato in una situazione in cui ti sei sentito davvero in pericolo?

“Spesso accadeva che quando tornavamo a casa in motorino avevo paura ci avrebbero attaccati dalle tigri. Per arrivare al nostro alloggio dovevamo infatti dovevamo attraversare strade che costeggiavano la giungla. Una volta io e Giovanni ci siamo persi la sera mentre tornavamo dalla visita ad un tempio. Non volevamo perderci un tramonto e alla fine abbiamo perso la rotta. Ci siamo fatti strada a tentoni e torcia del telefonino. A ripensarci è stata un’esperienza eccitante, anche se sicuramente da non rifare.”

Vi sembrava pericoloso muovervi? È un posto che consigliereste a chiunque per un volontariato o un viaggio?

“Il Nepal non è un posto pericoloso, tuttavia serve essere preparati fisicamente e mentalmente prima di fare un viaggio di questo tipo. I nepalesi sono persone fantastiche, ma il territorio nepalese è difficile perché il territorio è prevalentemente montuoso, le strade sono sterrate e i mezzi di trasporto sono abbastanza fatiscenti. Questo significa che conviene essere quantomeno un po’ allenati prima di andarci. Tuttavia, il preside della struttura, che è stato anche il nostro host, è super accogliente, e questo facilita il viaggio anche per i meno esperti che decidono di partire per un progetto in Nepal e alloggiare dove abbiamo alloggiato noi. Ovviamente, fare un viaggio di lungo periodo in Nepal da soli e per la prima volta è un’esperienza che non va presa alla leggera per la quale serve essere preparati. Un altro consiglio che mi sento di dare ai futuri volontari è quello di fare sempre un’assicurazione sanitaria.”

Come ultima cosa vorrei chiederti di raccontarmi qualcosa del Nepal.

“il Nepal è un posto stupendo e totalmente immerso nella natura. Ci sono circa 36 diverse etnie. Dove eravamo noi le persone erano prevalentemente di cultura induista. Nella zona montuosa invece sono principalmente buddisti e ci sono tantissime influenze tibetane e segni culturali del loro passaggio , come ad esempio enormi rocce completamente decorate e dipinte con preghiere in sanscrito. Spostandosi da sud a nord si può ammirare come i tratti somatici e il modo di vivere delle persone cambia. Inoltre, fare volontariato in un posto così senza visitarlo è uno spreco, fare trekking per le catene montuose del Nepal è infatti un’esperienza pazzesca. La magia del Nepal sta nella sua natura selvaggia e nel sorriso dei suoi abitanti.” 

Tiriamo le somme:

Ascoltando il racconto di Francesco viene spontaneo pensare con curiosità agli elaborati che i discenti hanno preparato durante questa iniziativa. A questo proposito, durante la nostra chiacchierata Francesco ci ha raccontato che il tema proposto ai partecipanti al termine del ciclo di incontri era “Racconta di come un tuo ricordo ha cambiato il tuo presente”. L’ idea, ispirata a un concorso letterario che si era tenuto in alcune classi delle scuole elementari e medie di Milano, ha riportato alla memoria di alcuni studenti e alcune studentesse un ricordo comune che potremmo intitolare: “come ho iniziato a studiare dopo che ho ricevuto una lavata di capo dai miei genitori”

Inoltre, il progetto non ha visto la sua fine una volta conclusa l’esperienza in Nepal, ma è stato riproposto questa estate con altri volontari in diverse classi di una primary e secondary school in Kenya.

Il progetto Writin’Around Memories (inserito all’interno del programma Writin’Around) è infatti un mezzo attraverso il quale raggiungere l’obiettivo di dare spazio a tutti i giovani studenti e le giovani studentesse del Mondo di portare i propri ricordi su carta e di sfruttare la scrittura come strumento educativo e di crescita. Non possiamo fare altro che sperare che questo bellissimo progetto continui a portare avanti la propria mission coinvolgendo quanti più volontari e volontarie in quante più destinazioni possibili nel Mondo.

In conclusione, riassumiamo i CONSIGLI che possiamo trarre dal racconto di Francesco:

  • Puoi realizzare qualsiasi progetto anche da solo, ma un buon compagno con cui condividere l’avventura sarà sempre un valore aggiunto.
  • MAI dimenticare che la cartoleria potrebbe non essere proprio “dietro l’angolo”.
  • Organizza tutto, ma non dimenticare di lasciarti guidare dal tuo istinto.
  • Impara l’inglese. Se non vuoi farlo per ottenere buoni voti fallo per poter viaggiare.
  • Puoi divertirti quando fai volontariato e un tempio induista può diventare un’ottima location per le tue serate tra amici.
  • allenati sempre: non sai mai quando avrai la possibilità di farti una scampagnata sulla catena montuosa dell’Himalaya.

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