Volontariato internazionale

Storia ed evoluzione del volontariato internazionale

Il volontariato internazionale è un concetto che ormai è entrato pienamente nel nostro immaginario collettivo. Chiunque sarebbe d’accordo sulla necessità che l’operato dei servizi umanitari assume al giorno d’oggi in tutto il Mondo nel contrasto alla fame, alle povertà, alle guerre, al cambiamento climatico, nella legittimazione dei diritti e nella sanità. La grande macchina delle organizzazioni umanitarie necessita ogni giorno di migliaia di persone che da ogni parte del mondo mettono gratuitamente a disposizione il proprio tempo per fare qualcosa di utile e benefico per la società. 

Ma com’è stato possibile? Quali sono le origini di tale pratica? Quali i fattori evolutivi? 

Necessità e compassione

Il volontariato internazionale nasce dalla necessità e dalla compassione. In risposta alla devastazione causata dalla Prima Guerra Mondiale, il primo campo di lavoro realizzato dal SCI rappresentò la prima espressione di volontariato internazionale su larga scala. SCI sta per Service Civil International ed è un’istituzione tutt’ora esistente fondata da Pierre Cérésole, un ingegnere svizzero che nel 1920 organizzò un campo di lavoro volontario al fine di ricostruire il villaggio francese di Esnes-en-Argonne, devastato dalla cruenta battaglia di Verdun (una delle più violente e sanguinose battaglie della prima guerra mondiale, combattuta tra francesi e tedeschi fra il 21 febbraio e il 19 dicembre 1916). Tra i partecipanti al volontariato c’erano anche tre tedeschi e così Cérésole volle fare del campo di lavoro un simbolo di riconciliazione tra Francia e Germania al termine del conflitto. I volontari costruirono abitazioni temporanee per gli abitanti del villaggio e bonificarono i terreni agricoli dai residui bellici abbandonati dalle milizie rendendoli nuovamente coltivabili.

Volontariato internazionale
I primi gruppi di volontari dello SCI. Credits: www.scich.org

Nel 1924 Cérésole organizzò un secondo campo nella valle di Les Ormonts (Svizzera) per rimuovere i detriti di una valanga. Deciso a radunare un certo numero di obiettori di coscienza per i lavori di sgombero, insieme ad altri sostenitori del servizio civile lanciò un appello per trovare dei volontari, che accorsero numerosi. Tale evento diede a Pierre Cérésole l’occasione di dimostrare ai politici e agli strateghi militari che un Servizio Civile era non solo possibile, ma anche auspicabile. All’inizio degli anni Venti Cérésole, insieme ad alcuni compagni di volontariato, lanciò una petizione per introdurre il servizio civile nell’ordinamento svizzero. Tale petizione venne sottoscritta da 40.000 persone, pur senza avere alcun seguito legislativo. Ciononostante, questo modello di servizio che prevedeva l’utilizzo di volontari provenienti da paesi diversi per fare fronte su una causa comune venne in seguito promosso nell’ambito di campagne politiche dagli obiettori di coscienza di vari paesi come alternativa alla leva militare. In Italia il riconoscimento dell’obiezione di coscienza avvenne nel 1972, dando la possibilità di rifiutare il servizio militare per motivi morali, religiosi e filosofici sostituendolo con un servizio non armato. Precedentemente non ottemperare al servizio militare obbligatorio significava che gli obiettori di coscienza, in quanto “disertori”, venivano reclusi nelle carceri militari o in ospedali psichiatrici dell’esercito, per poi perdere molti dei propri diritti civili. Tuttavia la legge del 1972 prevedeva pesanti limitazioni per gli obiettori, limitazioni poi superate nel 1998 con il pieno riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza inteso come diritto della persona. Risultato: i giovani potevano scegliere di servire la Patria con il servizio militare o con il Servizio sostitutivo Civile.

Sempre più internazionale

Negli anni seguenti al campo di Les Ormonts ebbero luogo altre azioni di volontariato che marcarono lo spirito internazionale del progetto. La più grande fu la bonifica della pianura nel territorio della Gola del Reno nel Liechtenstein, devastata da un’alluvione occorsa l’anno precedente. A questa impresa parteciparono nel 1928 più di 700 volontari provenienti da 28 paesi diversi. Parallelamente, a partire dal 1931 l’attività del SCI ampliò via via la sua area di competenza con iniziative che spaziavano in diversi ambiti sociali, organizzando progetti comunitari (Galles) e di cooperazione allo sviluppo (India), finanche il supporto ai bambini rifugiati durante la guerra civile spagnola (1936-1939) e vent’anni dopo agli orfani di guerra in Tunisia durante la guerra d’indipendenza algerina (1954-1962).

L’ONU, nel frattempo, nel luglio 1945 fece suo lo spirito di solidarietà dello SCI approntando con l’aiuto di volontari il primo rifugio per le giovani vittime dell’olocausto. Sotto la sua guida, il volontariato confermò la sua legittimità a livello internazionale e in tutto il mondo cominciarono a fiorire nuove organizzazioni internazionali tra le quali gli Australian Volunteers (1951), il Voluntary Services Overseas (1958) nel Regno Unito, gli United States Peace Corps (1961), il Canadian University Service Overseas (1961), ed i Japanese Overseas Cooperation Volunteers (1965). 

Anche dal mondo politico le risposte non tardarono ad arrivare. Nel 1968 lo scià di Persia Mohammed Reza Pahlavi fu il primo leader a menzionare la necessità di un programma ufficiale per i volontari delle Nazioni Unite. Nel corso di un intervento presso l’università di Harvard sottolineò l’importanza di creare “una legione internazionale con lo scopo di vincere la battaglia contro i veri nemici dell’umanità: fame, povertà e ingiustizia sociale di qualsiasi tipo”. Due anni dopo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò finalmente per la creazione di un organo ufficiale formato da un gruppo internazionale di volontari chiamato UNV (United Nations Volunteers) amministrato dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite.

Si abbatte il muro di Berlino, si innalzano ponti digitali

Nel corso della seconda metà degli anni ‘80 i problemi che il genere umano stava affrontando vennero enfatizzati da cambiamenti globali quali la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino, eventi che spinsero molti paesi ad evidenziare la forte necessità di programmi volontari di cooperazione internazionale. Negli anni più recenti, agenti quali la globalizzazione economica, internet, i social network e l’abbassamento del costo del trasporto aereo hanno contribuito alla creazione e successiva diffusione di una cultura cosmopolita, facendo fiorire le iniziative di volontariato nel mondo. Non solo nell’ottica di “interventi di salvataggio unilaterale”, caratteristici delle prime iniziative di volontariato a cavallo tra le due Guerre Mondiali, ma anche contemporaneamente come esperienza di arricchimento personale, crescita professionale e scambio culturale.

In ogni caso, l’evoluzione più recente del volontariato è dovuta all’avvento del web ed alla conseguente rivoluzione digitale. Organizzazioni non Governative (NGO) e associazioni di promozione del volontariato hanno l’opportunità di connettersi globalmente in maniera facile con milioni di individui ed hanno accesso ad una fonte pressoché illimitata di informazioni utili, quasi tutte in tempo reale. Le persone con i loro social network sono in grado di fornire un servizio informativo quasi equiparabile a quello delle fonti informative tradizionali (quotidiani, tg, ecc…) quando si tratta di raccontare e documentare crisi, emergenze e problematiche di vario genere. A volte sono addirittura l’unica fonte disponibile, come nei paesi dove la libertà di stampa e il diritto all’informazione non sono rispettati. Le stesse organizzazioni di promozione del volontariato in tutto il mondo, utilizzano queste tecnologie per facilitare la partecipazione dei volontari e delle volontarie  e facendo emergere nuove possibilità per il volontariato. 

Ad oggi ci sono circa 10 milioni di NGO in tutto il mondo (in Italia sono 234, insieme a oltre 300.000 organizzazioni no profit) e sono oltre 1 miliardo le volontarie e i volontari che a vario titolo e in diversi contesti sociali operano spinti dal desiderio di essere utili agli altri (il loro lavoro messo assieme è comparabile a quella di 109 milioni di lavoratori a tempo pieno). La quasi totalità di queste associazioni o organizzazioni utilizza strumenti digitali per la ricerca, il monitoraggio e la comunicazione con volontarie e volontari in ogni angolo del pianeta.

Molti progetti di volontariato si possono svolgere addirittura completamente in digitale, sostenendo quindi le attività di una organizzazione internazionale o un’associazione no profit semplicemente disponendo di una connessione a internet. Questo tipo di sistema permette ai volontari e alle volontarie un’ampia flessibilità nella gestione del proprio servizio e soprattutto, consente alle organizzazioni di poter essere supportate in alcune attività diventate ormai indispensabili relative al mondo del digitale. Plannin’Around, per esempio, mette a disposizione dei ruoli di volontariato digitale per chi desidera mettersi a disposizione del volontariato internazionale anche da casa propria.

Altri programmi di volontariato hanno assunto un carattere comunitario molto ampio che coinvolge un altissimo numero di organizzazioni come gli European Solidarity Corps (ESC) facenti parte del programma UE Erasmus+, altrettanto semplici da raggiungere per i giovani e le giovani europee attraverso le loro piattaforme digitali dedicate.

Lo stesso destino evolutivo ha segnato anche le mobilitazioni dei primi obiettori di coscienza del Servizio Civile. Ora in Italia, dopo l’abrogazione della leva militare obbligatorio, l’iniziativa popolare di Cérésole ha preso il nome di Servizio Civile Universale che, oltre a fornire delle opportunità di svolgimento del servizio all’estero, a breve aprirà le candidature per 1000 volontari e le volontarie alla sperimentazione del Servizio Civile Digitale, con l’obiettivo di far crescere le competenze digitali della popolazione e favorire l’uso dei servizi pubblici online per diffondere un approccio consapevole all’attuale realtà digitale.

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