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STORIE DI VOLONTARIATO – Assessment di comunità a Morijo con Roberto

Nell’intervista di oggi parlo con Roberto, co-founder di Plannin’Around. Durante la scorsa estate Roberto ha intrapreso un progetto di volontariato in Kenya, dove ha elaborato un assessment (valutazione) dei bisogni della comunità di Morijo. L’obiettivo consisteva nel cercare una soluzione ai problemi della comunità e ispirare nuove azioni di volontariato.

Ciao Roberto, come prima domanda ti vorrei chiedere come è nato e in cosa consiste il tuo progetto

L’idea è nata dalla decisione di sperimentare sul campo un progetto svolto all’Università.

L’assessment di comunità consiste nel valutare una comunità, come un quartiere, e riportare un’immagine dei macro ambiti sui quali ruota la vita di quel gruppo sociale (economico, sociale, demografico, psicologico). Con Giovanni, mio collega all’Università e uno dei quattro co-founder di Plannin’Around, abbiamo analizzato nello specifico il settore dell’educazione, dell’economia, della sanità e dei rapporti fra le tribù. Si tratta di quattro aspetti che hanno un peso importante all’interno dell’equilibrio del territorio di Morijo.

Come siete entrati in contatto con la comunità?

L’attenzione per questa comunità è nata negli anni ’90 dal lavoro di Padre Aldo Vettori, un sacerdote originario di Treviso che ha operato sul luogo per diverso tempo accompagnando le popolazioni locali verso la sedentarietà. Il suo lavoro oggi viene portato avanti dall’associazione Trevigiana Amici di Padre Aldo. Come Plannin’Around eravamo già in contatto da tempo con questa realtà. Quando ci hanno chiesto di aiutarli per comprendere i bisogni di Morijo io ho proposto di utilizzare questo metodo di ricerca, e così abbiamo fatto.

Spiegheresti ai lettori il termine assessment in modo semplice?

L’assessment è basato sostanzialmente su osservazioni, interviste e focus group svolti direttamente con i membri della comunità per poter avere uno sguardo interno sulle questioni che vengono affrontate. In totale abbiamo coinvolto più di trenta persone e abbiamo prodotto un report che avrà diverse funzioni: orientare gli investimenti dell’associazione e raccontare le necessità del villaggio tramite le voci responsabili delle scuole, dei dispensari sanitari, delle associazioni che operano per il mantenimento della pace e per coinvolgere nuovi volontari desiderosi di dare un contributo.

Come è stato rapportarsi alla comunità? Sono stati tutti disposti ad aprirsi o ci sono state riluttanze?

Quella di Morijo è una comunità molto accogliente. Tutti si sono resi disponibili a rispondere alle nostre domande e ad aiutarci nel perseguire il nostro obiettivo. Noi abbiamo sempre spiegato le ragioni del nostro lavoro e abbiamo puntato innanzitutto sull’ascolto. Va comunque segnalato che il nostro arrivo era stato preannunciato dall’Associazione di Padre Aldo. Non abbiamo avuto problemi anche perché siamo stati introdotti da chi già è presente da diverso tempo sul territorio e ha sempre cercato di dare loro un aiuto concreto.

Analizziamo allora il primo punto del vostro report: l’educazione. Come è strutturato il sistema scolastico a Morijo?

A Morijo è attivo un sistema scolastico che parte dalla Nursery school fino all’High school.

Le strutture sono malridotte e per ogni classe ci sono circa 50 studenti. È presente anche un dormitorio, ma è sovraffollato e non adatto per il numero di studenti che vi alloggiano. Inoltre, il personale non è sufficiente, si parla infatti di un rapporto di circa 10 insegnanti ogni 200 studenti. Si tratta di una comunità molto povera e il livello di abbandono scolastico è alto. Uno dei mezzi fondamentali attraverso i quali i ragazzi hanno la possibilità di proseguire il loro percorso scolastico sono le adozioni a distanza, garantite dall’associazione Amici di Padre Aldo e alle quali anche noi come associazione abbiamo in programma di contribuire organizzando campagne di raccolta fondi nel prossimo futuro. Molti degli studenti che hanno potuto usufruire di questo sostegno in passato sono oggi impegnati nell’aiuto alla comunità e sono diventati insegnanti o infermieri. Questo ha permesso di riconoscere l’importanza dell’istruzione da parte della popolazione, che ora vede nella scuola un mezzo per la crescita di Morijo. Tuttavia, il livello di povertà impone ancora a molti genitori di richiedere ai propri figli di contribuire all’economia della famiglia. Questo evidenzia la centralità dello strumento delle adozioni.

All’interno dell’istituzione scolastica molto peso viene dato ai punteggi dei voti scolastici degli studenti. Questi permettono loro di poter accedere agli studi universitari e alla scuola di ottenere più fondi governativi, però per loro diventa allo stesso tempo un fattore di stress notevole.

Parliamo invece dell’economia del territorio

L’economia del posto si basa quasi totalmente sulla pastorizia e l’agricoltura. L’agricoltura ha iniziato a diventare un mezzo di sostentamento solo di recente grazie al lavoro di Padre Aldo, che ha realizzato alcune opere indispensabili per avviare una cultura agricola in un territorio che spesso soffre la siccità, prime tra tutte delle cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. Si tratta comunque di un terreno difficile e ci sono periodi in cui le risorse alimentari sono insufficienti a coprire il fabbisogno della popolazione.

A Morijo è presente anche un mercato dove i membri delle diverse tribù commerciano, e un intervento governativo ha introdotto la possibilità di noleggiare o acquistare dei piki-piki – le moto locali – da utilizzare come taxi. L’Associazione di Padre Aldo ha cercato anche di strutturare dei laboratori di artigianato e falegnameria. Questi laboratori potrebbero portare alla nascita di nuove attività lavorative. Si tratta però di iniziative che richiederebbero una presenza stabile di volontari disposti a occuparsene, condizione che attualmente non sussiste.

Per quanto riguarda la sanità che problematiche avete rilevato?

Anche in questo caso le strutture non sono sufficientemente attrezzate. Mancano fondi e personale. Anche se devo dire che la comunità di Morijo è abbastanza organizzata su questo fronte. C’è un reparto maternità per aiutare le donne durante e dopo il parto. La sanità viene gestita dal Morijo Medical Dispensary, il dispensario medico del villaggio dove gli infermieri lavorano per assistere i bisogni della comunità e svolgono funzioni di primo soccorso. Uno degli aspetti che abbiamo notato è la mancanza di medicine e altri strumenti utili per permettergli di operare pienamente. Un aiuto fondamentale viene dato dalle Community Health Workers, ovvero delle volontarie del luogo che si occupano del tracciamento medico e forniscono alle famiglie informazioni utili relativamente alle norme igieniche. I disagi che interessano principalmente la popolazione sono la malnutrizione, in particolare per i bambini, le malattie respiratorie e quelle del tratto urinario.

In riferimento invece all’ultimo punto, potresti spiegarci in cosa consistono queste “guerre” fra tribù che compromettono la pace nella zona?

Le tribù presenti sul vasto territorio di Morijo sono 3: i Samburu, i Pokot ed i Turkana. Gli scontri e le tensioni interessano il territorio da circa trent’anni e sono dovute a furti di bestiame o invasioni di territori destinati al pascolo degli animali da parte delle tribù rivali. Si tratta di problematiche che mettono a repentaglio la sopravvivenza dei membri del proprio gruppo e che portano a conflitti esasperati dal forte senso di membership che gli abitanti provano nei confronti della propria tribù. Padre Aldo aveva cercato di risolvere le tensioni organizzando dei Peace Meeting, incontri intertribali dove partecipavano i membri di tutte le tribù a cui veniva offerto loro del cibo. Questa modalità di affrontare i conflitti in modo pacifico è stata recepita positivamente dalla comunità. Spesso queste guerre vengono innescate dai guerrieri Moran. I guerrieri Moran sono dei giovani a cui viene attribuito lo status di guerriero a circa 15/16 anni. A quell’età i ragazzi devono dimostrare determinate caratteristiche legate a un’idea di forza basata su prove di sopravvivenza e indipendenza. Superate queste prove i ragazzi possono acquisire lo status di guerriero.

Tornando al discorso del mantenimento della pace, le comunità hanno iniziato a ad utilizzare altre strategie per scongiurare il rischio di nuove battaglie fra tribù. Per esempio, se a un membro di una tribù viene sottratto del bestiame, la comunità “rivale” organizza una colletta per ripagare la vittima del furto, evitando di fatto che la situazione porti ad atti di violenza estrema, o addirittura omicidi.

C’è anche un’altra associazione attiva nel territorio per mediare i conflitti. Si tratta dell’MIPPP (Morijo Integrated Pastoralist Peace Programme). Questo ente è nato nel 2010 per iniziativa di Paul, stretto collaboratore di Padre Aldo. Paul è un membro della comunità e un rappresentante politico.

Foto scattata durante un Peace Meeting

Dopo aver affrontato tutti questi punti ti vorrei chiedere della tua esperienza personale: con chi sei partito? Cosa hai mangiato?

Io sono partito per questa esperienza con gli altri 3 co-founder di Plannin’Around. Siamo tutti amici dai tempi dell’Università e questa avventura ci ha permesso di legarci ulteriormente. In riferimento ai pasti, a colazione mangiavamo pane con marmellata e frutta, a pranzo quasi sempre pasta in bianco e a cena patate. Riguardo alla carne c’era sostanzialmente solo quella di capra. Una volta ho mangiato una coscia di pollo che mi era stata data da un membro di una tribù vicina a cui ero andato a fare visita. Ero stato accompagnato da un seminarista residente a Morijo in moto e sono tornato seduto sulla parte posteriore del mezzo addentando questa coscia di pollo che mi era stata data come gesto di accoglienza (Roberto racconta questa storia molto divertito ndr). Un altro piatto centrale del nostro viaggio è stato il l’ugali, ovvero una polenta bianca di acqua e farina tipica della cucina locale.

L’unica volta che ci sono stati problemi con il cibo è stato quando io e Giovanni siamo stati invitati a cena da un anziano signore di una tribù vicina. Abbiamo mangiato fegato di capra e ricordo che Giovanni è uscito un po’ provato da quella serata. Giovanni sicuramente non si è divertito, ma ripensarci ora mi fa sorridere. (lo ammetto, ha fatto sorridere anche me ndr).

In merito al vostro alloggio?

Abbiamo dormito nell’alloggio parrocchiale, che può ospitare fino a otto volontari. Avevamo a disposizione un salotto in cui abbiamo passato gran parte delle nostre serate. L’acqua corrente non era riscaldata, ma siamo stati fortunati perché il tubo stava il sole tutta la giornata. Sempre in merito all’acqua ricordo che i primi tempi vedevamo le donne di casa bollire delle grosse taniche di acqua. All’inizio non ne capivo l’utilità, poi mi hanno spiegato che veniva bollita per essere bevuta senza rischi.

Sei felice del risultato del tuo progetto?

Io sono stato molto soddisfatto di questo progetto. Era la prima volta che uscivo dall’Europa. Poterlo fare tramite una mia idea è stato veramente soddisfacente. Con questo voglio soprattutto far passare l’idea che tutti possiamo proporre un intervento, anche quando pensiamo che non siamo pronti o non abbiamo abbastanza conoscenze. Ognuno di noi ha un bagaglio interiore di abilità ed esperienze che possono servire e che possono essere sfruttate al meglio per dare un contributo a chi ne ha bisogno. Il volontariato è un ottimo mezzo per aiutarci a metterci in gioco, tutti abbiamo qualcosa da dare.

Cosa mi dici in merito ai nuovi progetti attivi sul territorio firmati Plannin’Around?

I progetti attivi in Kenya e nel villaggio di Morijo e a cui i volontari possono candidarsi sono diversi: l’organizzazione di laboratori artistici, di scrittura, laboratori teatrali. Questo per quanto riguarda la parte della scuola e dell’educazione, sia nella Primary School che nella Secondary School. Abbiamo poi un progetto legato al dispensario medico per assistere il personale e un progetto che invece riguarda la pace: diamo infatti la possibilità di collaborare con l’associazione MIPPP per la mediazione dei conflitti e l’organizzazione dei Peace Meeting. In questo progetto i volontari possono organizzare o prendere parte ai peace club a scuola, laboratori proposti nelle classi per sensibilizzare gli studenti verso la pace e la collaborazione fra tribù.

In merito all’intervista di Roberto, ho voluto in questa sede raccontare il report sull’assessment di comunità senza introdurre le misure proposte da Roberto e Giovanni. L’idea è quella di raccontare l’esperienza del luogo in modo trasparente.

L’esperienza di Roberto è un vero e proprio capitolo di storia di un luogo. Questo mi ha portata a farmi, e a fargli, sempre più domande. Il progetto è una fotografia trasparente di un luogo contraddistinto da tante difficoltà, ma capace di stupirti con cose semplici come l’impegno costante di volontari e la voglia della popolazione di crescere e superare le difficoltà. La riflessione nasce dalla consapevolezza della centralità della mediazione dei conflitti, della diplomazia, e del dialogo costruttivo. Un pensiero che può sembrare scontato, ma che racchiude un grande insegnamento. Interventi di questo tipo, di scala maggiore o minore, permettono lo sviluppo, soprattutto se visti alla luce di un panorama mondiale tanto connesso quanto segnato dalle incomprensioni. Non serve certo uscire dai confini europei per rendersene conto, e forse nemmeno dai confini della nostra città. Tuttavia, vederlo da una prospettiva così distante mostra le similitudini che rendono ogni luogo del mondo unico ma uguale a tutti gli altri, avvicinandoci ancora una volta malgrado le distanze spaziali e culturali.

Tiriamo le somme:

  • Quello che studi all’Università è qualcosa di reale. Mi rendo conto che questo potrebbe sconvolgere tutti, ma a quanto pare è così
  • Partire con i tuoi amici rafforza i rapporti. Inoltre, avere qualcuno che può aiutarti quando stai male per un’indigestione di fegato di capra è un’ottima risorsa
  • L’aiuto non deve mai partire dall’arroganza di sapere cosa serve o meno a un territorio. Ascoltare la gente del luogo senza presunzione è essenziale per fare un buon lavoro
  • Il lavoro di un volontario può ispirare tantissime persone. In questo caso credo che l’operato di Padre Aldo sia veramente un esempio stupendo

Come dice Roberto: tutti abbiamo qualcosa da dare, bisogna solo avere il coraggio di mettersi in gioco

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